Il consigliere della Fipav Marche Roberto Cambriani

Il consigliere regionale Fipav Roberto Cambriani parla di sospensione e contraddizioni

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“Perché fermare soltanto gli sport di squadra?”

Mercoledì 2 febbraio il Consiglio Federale della Fipav dovrebbe procedere a una rivalutazione della situazione dell’emergenza sanitaria per decidere se confermare il ritorno in campo della pallavolo dal fine settimana del 12-13 febbraio. Ma su questa situazione si è espresso il consigliere regionale della Fipav Marche, Roberto Cambriani, in un’intervista rilasciata al collega (e arbitro) Fabio Ubaldi dell’Appennino Camerte. «Fermo restando che il provvedimento emanato dalla Federazione è pienamente aderente a quanto indicato dal Comitato Tecnico Scientifico e tende anche a preservare la regolarità dei campionati, evitando la disputa di partite a singhiozzo, quello che non comprendo è il motivo per il quale sono stati fermati tutti gli sport di squadra e non quelli individuali – ha detto Cambriani – qual è la differenza, in termini di rischio sanitario, tra dodici persone che giocano a pallavolo e quindici atleti che corrono in gruppo su una pista di atletica? Una decisione che rischia di mettere in difficoltà il mondo sportivo, se non addirittura provocare contrasti tra le diverse sue componenti». Sul ritorno in campo tra due settimane, il consigliere regionale è parecchio scettico. «La mia opinione – ha proseguito – è che difficilmente si potrà tornare a giocare prima di inizio marzo, anche se riprendere l’attività alla metà di febbraio significherebbe che i contagi sono in fase di significativa diminuzione. Molto dipenderà anche dalla presenza o meno, nel momento in cui le autorità dovranno decidere, di un Governo centrale nel pieno dei suoi poteri, altrimenti tutto sarà più complicato». L’ultima obiezione di Cambriani riguarda i protocolli sanitari che attualmente provocano molte complicazioni alle società di pallavolo, e non solo. «La ripartenza – puntualizza Roberto Cambriani – deve anche essere basata sul dover rispettare la circolare emessa dal Ministero della sanità concernente il “return to play”. La positività, come noto, blocca la validità del certificato medico di idoneità agonistica. È questo un aspetto da tenere in grande considerazione, dal momento che l’enorme numero di atleti positivi al Covid ha come conseguenza l’intasamento dei centri di medicina sportiva, soprattutto pubblici, deputati al rilascio dell’idoneità. Bisogna, quindi, dare tempo alle società di riorganizzarmi e permettere loro di avere a disposizione i propri atleti. Circa i protocolli, che vanno rispettati, mi sorge un ulteriore dubbio. Come mai ad uno studente che frequenta nella scuola la lezione di educazione fisica non viene richiesto il green pass, mentre lo stesso ragazzo che di pomeriggio va nella stessa palestra scolastica per allenarsi con la propria squadra deve essere obbligatoriamente munito di green pass? Per fortuna, grazie al sistema adottato dalla Federazione centrale nell’applicazione dei protocolli il movimento pallavolistico ne esce intatto. Problemi rischiano di averne quelle società che, non essendo organizzate per poter superare tali difficoltà, potrebbero scegliere di gettare la spugna».

Fonte: Fabio Ubaldi – Appennino Camerte